La barzelletta del pazzo nuovo in manicomio che fa sbellicare chiunque la senta

Ridere è una delle attività più antiche e universalmente umane che esistano — eppure la scienza ci ha messo secoli per capire davvero perché lo facciamo. Secondo la teoria dell’incongruenza, il cervello ride quando percepisce un contrasto tra ciò che si aspetta e ciò che invece accade. In pratica: l’umorismo è un cortocircuito cognitivo, e noi lo adoriamo. Non siamo soli: anche i ratti, gli scimpanzé e i cani producono suoni simili alla risata durante il gioco, come dimostrato da ricerche di neuroscienze comparative. Ma ovviamente nessuno di loro capisce una barzelletta sui matti. Nel corso della storia, l’approccio all’umorismo è cambiato radicalmente: gli Antichi Romani, per esempio, erano maestri dell’ironia politica e sociale — si facevano beffe dei nuovi ricchi, degli stranieri goffi e soprattutto dei potenti, ovviamente con la dovuta cautela. Cicerone stesso dedicò un intero trattato all’arte del far ridere. Oggi ci ridiamo sopra in modo diverso, ma il meccanismo è rimasto identico: aspettativa + sorpresa = risata. E la barzelletta che segue è un esempio perfetto di questo schema.

La barzelletta del manicomio e dei numeri

Un nuovo paziente è appena arrivato in manicomio. Il più anziano del gruppo lo prende sotto la sua ala e lo porta a fare un giro per ambientarsi. Arrivano in una grande sala dove c’è un bel po’ di gente seduta; a turno, ognuno si alza e grida forte un numero.

Ventitré!!!

E tutti a ridere a crepapelle.

Poi un altro:

Quarantotto!!!

E giù a ridere ancora di più.

Poi un altro ancora:

Settantasei!!!

– Ahahahahah!

Il nuovo arrivato li guarda perplesso e chiede all’anziano cosa ci sia da ridere. E lui, appena ripreso fiato, spiega:

– Vedi, noi sappiamo centinaia di barzellette e ad ognuna abbiamo assegnato un numero. Così quando le raccontiamo facciamo prima.

– Aah, capito. E posso provare anch’io?

– Ma certo!

L’anziano prende la parola:

– Ragazzi, silenzio tutti. Qui c’è uno nuovo che vuole raccontare una barzelletta.

Tutti in ascolto. Allora, un po’ in imbarazzo, il nuovo si alza e grida forte:

Cinquantanove!!!

Nessuno ride. Lui, ancora più forte:

CINQUANTANOVE!!!!!

Niente. Tutti impassibili, immobili come statue.

Allora chiede all’anziano:

– Ma perché non ride nessuno?

– Evvabbe’… tu non le sai raccontare!

Perché fa ridere?

Il meccanismo comico si regge su un doppio strato di assurdità. Il primo è già nella premessa: un gruppo di pazienti psichiatrici che cataloga le barzellette per risparmiare tempo è, di per sé, una logica paradossalmente razionale applicata a un contesto surreale. Il colpo finale, però, arriva quando il nuovo grida il suo numero e non ottiene nessuna reazione — e la spiegazione dell’anziano ribalta tutto: non è il sistema a essere sbagliato, è lui che non sa usarlo. La risata nasce proprio lì, dall’applicazione seria di una regola ridicola. Un cortocircuito perfetto, esattamente come direbbe Cicerone — se avesse vissuto in un manicomio.

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